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L’esclusione dell’assegno di divorzio

by |30 Giugno 2022|

di Raffaella Mazzariello Avvocato 

Con l’Ordinanza n. 18697 del 9.6.2022 la Cassazione è di nuovo stata chiamata a verificare la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno divorzile all’ex coniuge.

Ancora una volta la Corte ribadisce la funzione non solo assistenziale ma perequativa/compensativa dell’assegno.

Infatti, quando ognuno degli ex coniugi sia in grado di mantenersi autonomamente, l’assegno va riconosciuto in favore di quello economicamente più debole in una funzione equilibratrice non più finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale ma volta a consentirgli il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito alla vita familiare, dovendosi tener conto, in particolare, se, per realizzare i bisogni della famiglia, questi, anche in ragione dell’età raggiunta e della durata del matrimonio, abbia rinunciato (alle) o sacrificato le proprie personali aspirazioni e aspettative professionali.

Il riconoscimento, quindi, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri previsti dalla legge i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto come del resto già previsto dalla Cassazione Civile a Sezioni Unite con la sentenza n. 18287/2018.

Nel caso esaminato, pertanto, veniva respinta la richiesta avanzata dall’ex moglie di riconoscimento dell’assegno divorzile in funzione compensativa essendo stata accertata la piena autosufficienza della medesima.

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La pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite sulla natura della comunione de residuo avente ad oggetto l’impresa individuale del coniuge

by |15 Giugno 2022|

di Stefania Avitabile – Dottoressa in giurisprudenza

Le Sezioni Unite, con la recentissima pronuncia del 17 maggio 2022 n. 15889, esprimendosi in merito alla natura giuridica della comunione de residuo avente ad oggetto l’impresa del coniuge, hanno affermato il seguente principio di diritto: “Nel caso di impresa riconducibile ad uno solo dei coniugi costituita dopo il matrimonio, e ricadente nella cd. comunione de residuo, al momento dello scioglimento della comunione legale, all’altro coniuge spetta un diritto di credito pari al 50% del valore dell’azienda, quale complesso organizzato, determinato al momento della cessazione del regime patrimoniale legale, ed al netto delle eventuali passività esistenti alla medesima data”

 

La dibattuta questione, rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite con l’Ordinanza interlocutoria n. 28872/2021, sorge dall’assenza di un univoco indirizzo giurisprudenziale relativamente alle distinte impostazioni dottrinali in tema di comunione de residuo.

 

È proprio nell’ambito di tale contrasto tra la tesi che attribuisce al coniuge non imprenditore un diritto di credito, da un lato, e la tesi che invece opta per il riconoscimento di un diritto di compartecipazione alla titolarità dei singoli beni individuali, dall’altro, che si innesta con forza innovativa la sentenza in commento.

 

La comunione de residuo tra coniugi

 

Ai fini di una piena comprensione della pronuncia dalle Sezioni Unite, risulta necessario un breve excursus sulla comunione de residuo.

 

Nel nostro ordinamento giuridico, la comunione legale dei beni costituisce il regime patrimoniale dei coniugi, salvo che essi non decidano diversamente (applicabile altresì alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, per effetto dell’art. 1, comma 13, della legge n. 76/2016, ed è accessibile anche ai conviventi di fatto, a determinate condizioni).

La scelta di tale regime corrisponde alla considerazione della famiglia come consortium omnis vitae, nonché alla specifica esigenza di tutela del coniuge economicamente e socialmente più debole. Sebbene la finalità dell’istituto sia quella di garantire l’uguaglianza delle sorti economiche dei coniugi in relazione agli eventi verificatisi dopo il matrimonio, tuttavia, si evidenzia come il legislatore, contemporaneamente, abbia voluto assicurare al singolo coniuge un adeguato spazio di autonomia nell’esercizio delle proprie attività professionali o imprenditoriali, ed in generale nella gestione dei propri redditi da lavoro come pure dei frutti ricavati dai beni personali.

 

Difatti, accanto ai beni che ricadono in comunione immediata e, pertanto, entrano nel patrimonio comune al momento del loro acquisto, e a quelli che nascono come personali e come tali restano anche una volta cessata la comunione legale, sussiste una serie di beni ricadenti nella c.d. comunione de residuo (l’individuazione dei beni oggetto della cd. comunione de residuo viene tratta dagli articoli 177 lett. b) e c) e 178 c.c.).

Questi beni, pur restando personali durante la vigenza del regime patrimoniale legale, vengono attratti dalla disciplina della comunione legale laddove siano effettivamente e concretamente esistenti nel patrimonio dei coniugi al momento dello scioglimento del matrimonio.

 

Le ragioni alla base della decisione delle Sezioni Unite

 

Le Sezioni Unite, nell’argomentare la propria pronuncia, hanno evidenziato coma “la disciplina dei beni personali e quella specificamente dettata per i beni oggetto della cd. comunione de residuo testimoniano l’evidente emersione, pur all’interno di un regime ispirato alla tutela di esigenze solidaristiche tra i coniugi, della necessità di attribuire rilevanza anche a legittime aspirazioni individuali, che non potrebbero essere del tutto mortificate, e ciò in quanto il matrimonio presuppone comunque il riconoscimento della persona e della sua sfera di autonomia come valore primario che gli istituti giuridici sono chiamati ad attuare, soprattutto ove l’attività individuale si rivolga all’esercizio dell’attività di impresa o professionale”.

Da quanto affermato, dunque, emerge chiaramente la volontà del legislatore di garantire al coniuge imprenditore, finché dura la comunione legale, il potere di gestire dell’impresa, investendo a suo piacimento gli utili e disponendo liberamente dei beni e degli utili aziendali.

 

Sulla base di tali premesse, la Corte ha ritenuto che la questione oggetto dell’ordinanza di rimessione devesse essere decisa optando per la tesi della natura creditizia del diritto nascente dalla comunione de residuo, riconoscendo un diritto di compartecipazione sul piano appunto creditizio, pari alla metà dell’ammontare del denaro o dei frutti oggetto di comunione de residuo, ovvero del controvalore dei beni aziendali e degli eventuali incrementi, al netto delle passività.

Questa impostazione, infatti, garantisce la permanenza della disponibilità dei frutti e dei proventi e dell’autonomia gestionale, evitando un pregiudizio per le ragioni dei creditori e consentendo la sopravvivenza dell’impresa, senza che le vicende dei coniugi abbiano una diretta incidenza sulle sorti della stessa.

L’insorgenza di una comunione anche sui beni mobili ed immobili confluiti nell’azienda, al contrario, comporterebbe una serie di problematiche e pregiudizi, quali:

  • lo scoraggiamento dei creditori nel continuare a riporre fiducia nella gestione successiva allo scioglimento della comunione legale. Ciò perché i terzi che hanno intrattenuto rapporti con l’impresa individuale del coniuge, al momento dello scioglimento della comunione legale, vedrebbero dimidiata la garanzia patrimoniale offerta dai beni, in quanto non più di proprietà esclusiva, ma in comproprietà con l’ex coniuge;
  • la contitolarità sui beni oggetto della comunione de residuo imporrebbe, nella loro successiva gestione, il rispetto delle regole dettate per i beni comuni, con il concreto rischio di paralisi nell’esercizio dell’attività di impresa, anche laddove si reputi che la qualità di imprenditore resti sempre in capo al solo coniuge che l’aveva prima dello scioglimento del regime della comunione legale;
  • l’irrazionalità della tesi della natura reale del diritto, che ricollega un incremento dei legami economici fra i due coniugi proprio al verificarsi di vicende che, secondo la stessa previsione legislativa, ne dovrebbero invece comportare la cessazione;
  • il nocumento all’autonomia e della libertà del coniuge imprenditore derivante dall’automatico passaggio dei beni comuni de residuo, dalla titolarità e disponibilità esclusive, al patrimonio in comunione, con il rischio che la conflittualità tra coniugi possa riverberarsi anche nella gestione e nelle scelte che afferiscano ai beni aziendali caduti nella comunione de residuo;
  • i possibili problemi esiziali per la sopravvivenza dell’impresa derivanti dal carattere ordinario della comunione. Difatti, in assenza di una specifica previsione che contempli una prelazione a favore del coniuge già imprenditore, all’esito della divisione, ove il complesso aziendale non risultasse comodamente divisibile, ben potrebbe verificarsi l’attribuzione dello stesso al coniuge non imprenditore, ovvero, in assenza di richieste in tal senso da parte dei condividenti, si potrebbe addivenire alla alienazione a terzi. Ed ancora, in caso di morte del coniuge non imprenditore, verrebbe a configurarsi la creazione della comunione sui beni di cui all’art. 178 c.c. tra il coniuge imprenditore e gli eredi dell’altro coniuge, che ben potrebbero essere anche estranei al nucleo familiare ristretto;
  • l’inconciliabilità della natura reale del diritto con la previsione secondo cui ricadano in comunione anche gli incrementi, che per la loro connotazione, mal si prestano a configurare una comunione in senso reale sui medesimi;
  • l’inesattezza dell’idea, sostenuta da molti fautori della tesi della natura reale del diritto, che la comunione sorga automaticamente non sull’azienda o sugli incrementi, bensì sul saldo attivo del patrimonio aziendale (o dei suoi incrementi); il saldo attivo del patrimonio aziendale è un’entità astratta che non può riferirsi se non al valore monetario del complesso dei beni che costituiscono l’azienda stessa, dedotte le passività, pertanto ne deriva l’impossibilità di una reale contitolarità di diritti sui beni in oggetto, dovendosi invece propendere per la soluzione che attribuisce al coniuge non titolare del diritto reale una (eventuale, una volta effettuati i dovuti calcoli) pretesa di carattere creditorio.

Sulla revocabilità del pagamento eseguito dal debitore fallito

by |1 Giugno 2022|

Con la sentenza n. 5049 del 16 febbraio 2022 le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno affermato importanti principi di diritto in tema di revoca ex art. 67 L.F

I fatti di causa

Nell’ambito di un giudizio relativo ad una pluralità di domande revocatorie proposte dal fallimento della s.a.s rivolte nei confronti di un Istituto di credito, venivano accolte alcune di esse da parte della Corte di Appello di Messina e, per quel che interessa, la domanda relativa alla rimessa d’importo pari a Lire 40.000.000 effettuata in favore dell’istituto bancario, nel periodo sospetto L. Fall., ex art. 67, comma 2, dovuta all’incameramento del corrispettivo della vendita di un certificato di deposito costituito in pegno dal debitore fallito.

La Corte d’appello accoglieva la revocatoria e disponeva l’ammissione al chirografo della banca ai sensi di quanto disposto dall’art. 70, comma 2, L.F.

L’istituto di credito proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

La Banca deduceva in particolare il difetto di prova della conoscenza dello stato d’insolvenza da parte della banca, l’omessa valutazione dei mezzi di prova, in relazione alla riconosciuta natura solutoria delle rimesse che, al contrario, avrebbero dovuto essere ritenute di natura ripristinatoria ed, infine, contestava il mancato riconoscimento da parte della Corte di Appello del carattere irrevocabile dell’incameramento della somma derivante dal certificato di deposito determinato da un diritto di pegno oramai consolidato (c.d. pegno rotativo).

Alla luce della particolare rilevanza dei temi da esaminare, la Sesta Sezione della Corte di legittimità ha rinviato il ricorso alla Prima Sezione civile che, a sua volta, ha rimesso le questioni ritenute di massima importanza alle Sezioni Unite con ordinanza n. 8923 del 31 marzo 2021.

I principi di diritto sanciti dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 5049 del 16 febbraio 2022

Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, hanno statuito i seguenti principi di diritto:

  1. il pagamento eseguito dal debitore, successivamente fallito, nel periodo sospetto, così come determinato nell’art. 67, comma 2, L.F., ove si accerti la “scientia decotionis” del creditore, è sempre revocabile anche se effettuato in adempimento di un credito assistito da garanzia reale ed anche se l’importo versato deriva dalla vendita del bene oggetto di pegno.
  2. la revoca ex art. 67 L.F. del pagamento eseguito in favore del creditore pignoratizio, con il ricavato della vendita del bene oggetto del pegno, determina il diritto del creditore che ha subito la revocatoria ad insinuarsi al passivo del fallimento con il medesimo privilegio nel rispetto delle regole distributive di cui agli articoli 111, 111 bis, 111 ter e 111 quater, L.F.

Le somme in sequestro vanno svincolate per consentire alla società di pagare le imposte

by |20 Aprile 2022|

Con una recente sentenza in tema di responsabilità amministrativa degli enti, la Suprema Corte ha stabilito che, pur «nel silenzio del d. lgs. n. 231 del 2001, il dissequestro parziale delle somme in sequestro per pagare il debito tributario debba essere consentito, sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata del principio di proporzionalità della misura cautelare, là dove si renda necessario al fine di evitare, per effetto dell’applicazione del sequestro preventivo e dell’inderogabile incidenza dell’obbligo tributario, la cessazione definitiva dell’esercizio dell’attività dell’ente prima della definizione del processo» (Cassazione, Sezione VI Penale, n. 13936 del 2022).

La questione controversa

In via preliminare, la Corte ha richiamato la nozione di profitto oggetto di confisca come ricostruita dalle Sezioni Unite Fisia Italimpianti S.p.a. (Cassazione, Sezioni Unite Penali, n. 26654 del 2008). Per giurisprudenza ormai consolidata, in tema di responsabilità da reato degli enti collettivi, il profitto del reato, oggetto della confisca di cui all’art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001, si identifica con il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato presupposto, ma, nel caso in cui questo venga consumato nell’ambito di un rapporto sinallagmatico, non può essere considerato tale anche l’utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell’esecuzione da parte dell’ente delle prestazioni che il contratto gli impone.

Pertanto, stando a tale nozione, dal profitto frutto dell’illecito va decurtata l’utilità conseguita dalla controparte, ma non va sottratto l’onere delle imposte che l’ente dovrebbe pagare sui redditi lucrati dalla commissione del reato presupposto.

Senonché, il prelievo fiscale su un ammontare già sottoposto a sequestro ai fini di confisca comporterebbe una duplicazione sanzionatoria a danno della società che potrebbe comprometterne incontrovertibilmente la continuità aziendale. Si tradurrebbe, in altri termini, in una forma di interdizione definitiva dell’attività precedente all’accertamento della responsabilità dell’ente e indipendente dallo stesso.

Si aggiunga, inoltre, che, con riguardo alle persone fisiche, si prevede espressamente che il quantum della confisca del profitto dei reati tributari si riduca per effetto del pagamento del debito tributario.

La soluzione accolta

Sulla scorta di tali considerazione, la Corte ha ritenuto «che, in attuazione del principio di proporzionalità della misura cautelare, il giudice possa autorizzare il dissequestro parziale delle somme sottoposte a sequestro preventivo finalizzato alla confisca per consentire all’ente di pagare le imposte dovute sulle medesime quale profitto di attività illecite, quando l’entità del vincolo reale disposto, pur legittimamente determinato in misura corrispondente al prezzo o al profitto del reato rischi di determinare, anche in ragione dell’incidenza dell’obbligo tributario, già prima della definizione del processo, la cessazione definitiva dell’esercizio dell’attività dell’ente.

In tali specifici casi lo svincolo parziale delle somme sequestrate deve ritenersi ammesso alla stringente condizione della dimostrazione di un sequestro finalizzato alla confisca che, nella sua concreta dimensione afflittiva, metta in pericolo la operatività corrente e, dunque, la sussistenza stessa del soggetto economico e al solo limitato fine di pagare il debito tributario, con vincolo espresso di destinazione e pagamento in forme “controllate”».