17 Ott, 2022

LA RIUNIONE DI INIZIO STAGIONE SPORTIVA DELLA COMMISSIONE ESPERTI LEGALI DELL’AIA

Di |2022-10-17T19:59:02+02:0017 Ottobre 2022|Categorie: Senza categoria|

L’avv. Valerio Di Stasio, Responsabile della Commissione Esperti Legali dell’Associazione Italiana Arbitri, e l’avv. Vincenzo D’Amore, Referente Regionale per la Campania, hanno preso parte alla riunione della Commissione Esperti Legali dell’AIA.

Si è svolta a Casalecchio di Reno (BO), il 14 e 15 ottobre scorsi, la riunione della Commissione Esperti Legali dell’Associazione Italiana Arbitri, cui hanno preso parte tutti i componenti nazionali della detta Commissione e i rispettivi referenti di ciascuna regione.

L’avv. Valerio Di Stasio, quale Responsabile della Commissione Esperti Legali dell’Associazione Italiana Arbitri, ha presieduto e coordinato i lavori ai quali ha preso parte anche l’avv. Vincenzo D’Amore in qualità di Referente Regionale per la Campania.

Diversi e di notevole importanza i temi affrontati nel corso dei due giorni, tra i quali l’analisi dei dati statistici relativi al servizio di assistenza legale offerto dall’AIA agli arbitri vittime di episodi di violenza e la relazione inerente all’aggiornamento del massimario delle delibere delle Commissioni di Disciplina dell’AIA, curato dalla Commissione Esperti Legali.

Particolare interesse e spunti di discussione e dibattito hanno destato le tematiche concernenti le novità apportate al processo penale dalla recente riforma Cartabia e quelle inerenti al vincolo di giustizia in materia civile e penale alla luce delle recenti decisioni delle Commissioni di Disciplina dell’AIA e del Collegio di Garanzia dello Sport del CONI.

Infine, l’avv. Di Stasio non ha mancato di illustrare i dati relativi all’attività consultiva della Commissione, che si estrinseca attraverso la redazione di pareri a seguito delle sempre più frequenti richieste in tal senso provenienti sia dagli organi centrali dell’AIA che da quelli periferici e, talvolta, veicolati anche dai singoli associati.

Nel corso dei lavori sono intervenuti anche il componente del Comitato Nazionale dell’AIA, Alberto Zaroli, nonché il Responsabile della Commissione di Studio per l’Osservatorio sulla Violenza, Guido Falca.

All’esito della riunione, l’avv. Di Stasio ha espresso tutta la propria soddisfazione sia per la partecipazione e il contributo apportato dai vari componenti che per i pregevoli risultati raggiunti dalla Commissione negli ultimi anni.

8 Set, 2022

Sequestro preventivo: obbligo di motivazione sul periculum in mora

Di |2022-09-08T10:27:25+02:008 Settembre 2022|Categorie: Diritto penale, Diritto penale, Diritto penale|Tag: |

Con la sentenza n. 31380 del 26 aprile 2022 (depositata in cancelleria il 22 agosto 2022) la Sesta Sezione della Corte di Cassazione Penale è tornata sull’obbligo di motivazione del periculum in mora in relazione al sequestro preventivo finalizzato alla confisca.

Nella specie, ha ribadito e puntualizzato il principio di diritto di recente affermato dalle Sezioni Unite, nella sentenza “Ellade”, secondo cui «il provvedimento di sequestro preventivo ex art. 321 comma 2 c.p.p., finalizzato alla confisca di cui all’art. 240 c.p., deve contenere la concisa motivazione anche del periculum in  mora, da rapportare alle ragioni che rendono necessaria l’anticipazione dell’effetto ablativo della confisca prima della definizione del giudizio, salvo restando che, nelle ipotesi di sequestro delle cose la cui fabbricazione, uso, porto, detenzione o alienazione costituisca reato, la motivazione può riguardare la sola appartenenza del bene al novero di quelli confiscabili ex lege» (Cassazione Penale, Sezioni Unite, sentenza n. 36959 del 24 giugno 2021, depositata in cancelleria l’11 ottobre 2021).

Il superamento del periculum in re ipsa

Nella precedente interpretazione giurisprudenziale si riteneva il periculum sussistente in re ipsa in caso di sequestro preventivo prodromico alla confisca obbligatoria. Tale automatismo appariva contrario al dettato costituzionale; come sottolineato più volte anche dalla giurisprudenza sovranazionale, si determinava una compressione sproporzionata del diritto di proprietà e di libera iniziativa economica.

L’onere motivazionale sul periculum in mora

Il requisito del periculum in mora può dirsi integrato allorquando sia comprovato il rischio che, nel tempo necessario per pervenire all’accertamento di merito, la futura esecuzione della confisca possa essere vanificata.

Pertanto, nel motivare tale esigenza anticipatoria dell’effetto ablativo della confisca, occorre soffermarsi sulle ragioni per cui, nelle more del giudizio, il bene potrebbe essere modificato, disperso, deteriorato, utilizzato od alienato, con conseguente impossibilità di procedere alla confisca.

La Suprema Corte ha chiarito che per assolvere l’onere motivazionale non è sufficiente far riferimento a un rischio di dispersione del patrimonio del sequestrando affermato in termini meramente apodittici e prospettato come meramente eventuale, se non congetturale, indipendentemente dalle condizioni patrimoniali e dalle condotte del soggetto sottoposto al vincolo reale. Si richiede, invece, una motivazione puntuale sul carattere concreto e attuale del periculum in mora, specificamente argomentato in relazione a ciascun soggetto attinto dalla misura cautelare reale.

26 Lug, 2022

L’INCIDENZA DEL PROVVEDIMENTO DI ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE RISPETTO ALLO SCIOGLIMENTO DELLA COMUNIONE IMMOBILIARE.

Di |2022-07-26T09:49:47+02:0026 Luglio 2022|Categorie: Senza categoria|

di Valentina Amantea – Avvocato

In merito all’incidenza che possa avere il provvedimento di assegnazione della casa coniugale rispetto al giudizio di scioglimento della comunione legale, sussisteva una frattura giurisprudenziale che ha trovato risoluzione nell’attuale e recente pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

Si chiarisce, anzitutto, come il suddetto diritto di assegnazione deve esser considerato come un particolare diritto personale di godimento più che come diritto di natura reale, poiché trova la sua ragion d’essere nel provvedimento di assegnazione che guarda specificamente all’interesse preminente dei figli e alla rispettiva continuità della vita familiare, preservando il loro habitat, quale luogo degli affetti, degli interessi, delle abitudini proprie acquisite in quell’ambito familiare, rispettandone il più possibile la stabilità, onde evitare ulteriori traumi.

La questione che divideva in due l’orientamento giurisprudenziale ineriva la valutazione economica del bene immobiliare adibito a casa coniugale ed assegnato al coniuge affidatario della prole, nell’ambito della divisione della comunione, poiché in considerazione della sussistenza del vincolo del diritto di godimento di bene, l’immobile vedrebbe ridurre il rispettivo valore di mercato.

Secondo un primo orientamento, siffatta contrazione verrebbe a generarsi solo allorquando l’immobile, in sede di divisione, dovesse venir venduto ad un terzo, in quanto quest’ultimo vedrebbe limitato il diritto acquistato dal vincolo sussistente sull’immobile, rappresentato dal godimento dello stesso da parte del coniuge assegnatario.

Mentre, nel caso in cui l’immobile dovesse esser attribuito in proprietà esclusiva al coniuge assegnatario si deve considerarne il pieno valore di mercato, poiché il coniuge proprietario non patirebbe il limite del vincolo del diritto di godimento, dal momento che questo verrebbe meno per confusione.

Tanto, in virtù della considerazione per cui ove si dovesse adoperare la decurtazione del valore dell’immobile, il coniuge non assegnatario subirebbe, nella divisione del cespite, una ingiustificata penalizzazione per vedersi una somma non rispondente all’effettiva metà del valore del bene, invece, il coniuge assegnatario in proprietà esclusiva, otterrebbe un altrettanto ingiusta locupletazione, potendo vendere successivamente il bene a terzi senza vincolo e per un prezzo integrale.

Di contro, l’opposto orientamento considerava il diritto di godimento quale condizionamento per la valutazione economica dell’immobile sempre sussistente, a prescindere dall’attribuzione dello stesso al coniuge assegnatario, all’altro coniuge o al terzo, cosicché il coniuge assegnatario si troverebbe, dal punto di vista patrimoniale, nella medesima condizione di quello non assegnatario e del terzo, fin quando il provvedimento di assegnazione non subisca una modifica o una revoca.

Siffatta valutazione, però, non prende in considerazione il profilo per cui il diritto di godimento, quale vincolo limitativo proprio del valore di mercato del bene immobile, viene meno per confusione con l’attribuzione della proprietà esclusiva al coniuge assegnatario, nonché con la modifica o la revoca del provvedimento di assegnazione, in ragione dell’interesse dei figli allorquando diventano autonomi ed economicamente autosufficienti.

Quindi, ci si troverebbe a determinare la decurtazione del valore di mercato dell’immobile anche nel caso in cui, di fatto, il vincolo giustificativo di detta riduzione non sussiste più, per i motivi sopra esposti, ponendosi – talvolta – un ingiustificato vantaggio dell’assegnatario piuttosto che dell’altro coniuge nel caso in cui il primo dovesse vedersi attribuita la proprietà esclusiva della casa coniugale.

Tuttavia, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 18641 del 2022, hanno ritenuto di dover condividere il primo indirizzo giurisprudenziale, ivi illustrato, considerando che il valore dell’immobile, oggetto di divisione, non possa risentire del vincolo del diritto di godimento, allorquando lo stesso venga attribuito al coniuge assegnatario della casa coniugale, in quanto detto diritto viene pacificamente assorbito o confuso con la proprietà al medesimo attribuita.

Pertanto, in sede di determinazione del conguaglio in favore dell’altro coniuge si dovrà far riferimento al valore venale dell’immobile, risultando del tutto irrilevante, in tale sede di divisione, la circostanza per cui all’interno dell’immobile medesimo vi continuino ad abitare i propri figli rimasti affidati al coniuge divenuto proprietario esclusivo, in quanto, siffatto aspetto rientra nella differente questione circa gli obblighi genitoriali di mantenimento della prole.

Infatti, si sottolinea come quest’ultimo aspetto rientra nella questione dell’assegnazione della casa coniugale, la cui valutazione si basa sul preminente interesse dei figli non economicamente indipendenti, che è ben diversa ed autonoma rispetto alla questione inerente la divisione dell’immobile adibito a casa coniugale conseguente lo scioglimento della comunione.

Proprio in ragione di siffatta autonomia, unitamente all’inesistenza del vincolo al diritto di godimento (nel caso in cui l’immobile dovesse esser attribuito in proprietà esclusiva al coniuge assegnatario), non si può escludere che il coniuge divenuto proprietario possa chiedere l’adeguamento del contributo al mantenimento dei figli, dato che nella determinazione dell’assegno, pur venendo meno la componente inerente l’assegnazione della casa familiare, il genitore non residente con i propri figli, resta comunque obbligato a soddisfare il loro diritto a poter usufruire di un’adeguata abitazione, ad una stabile organizzazione domestica che possa rispondere a tutte le necessità di cura ed educazione, cercando di preservare il più possibile quanto – da loro – goduto in precedenza.

Ovviamente, nell’ipotesi in cui all’esito dello scioglimento della comunione l’immobile dovesse venir attribuito in proprietà esclusiva al coniuge non assegnatario, il valore di mercato dell’immobile sarà da considerarsi decurtato, venendosi a trovare nella medesima condizione del terzo, in quanto il predetto diventerà titolare di un diritto di proprietà limitato nelle facoltà di godimento correlate alla perdurante assegnazione dell’immobile al coniuge affidatario della prole.

In conclusione, ne deriva una soluzione differenziata rispetto alla considerazione del valore da attribuire all’immobile, a seconda che questo sia assegnato in proprietà esclusiva al coniuge assegnatario della casa familiare e della prole (valore pieno di mercato), ovvero sia trasferito in proprietà esclusiva al coniuge non assegnatario o ad un terzo (valore ridotto), considerando che per tali circostanze permane il diritto di godimento in capo all’altro coniuge.

 

 

6 Lug, 2022

I poteri e i compiti dell’Organismo di Vigilanza

Di |2022-07-04T12:56:35+02:006 Luglio 2022|Categorie: Senza categoria|Tag: , , |

Con la sentenza che pone fine alla vicenda Impregilo (Cassazione, Sezione VI Penale, n. 23401 dell’11 novembre 2021, depositata il 15 giugno 2022), la Suprema Corte coglie l’occasione per dissipare ogni dubbio su quali siano i poteri e i compiti assegnati all’Organismo di Vigilanza dal Decreto Legislativo n. 231/2001 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300).

In particolare, vengono superate le recenti pronunce di merito che impropriamente hanno attribuito all’Organismo di Vigilanza il compito (e il potere) di impedire la commissione di reati.

Le indicazioni della Cassazione sul ruolo dell’Organismo di Vigilanza

Per definire i poteri e le responsabilità dell’Organismo di Vigilanza, la Suprema Corte parte dal dato normativo.

Nello specifico, ricorda come tra le condizioni che l’art. 6, D. Lgs. n. 231/2001 pone per mandare esente l’ente dalla responsabilità per il delitto commesso dai suoi vertici, vi è anche quella di aver affidato “il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli [e] di curare il loro aggiornamento… a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo”.

Da qui si ricava che requisito imprescindibile di tale organismo è l’autonomia rispetto agli amministratori, mentre il compito affidatogli è solamente quello di individuare e segnalare le criticità del modello di organizzazione e di gestione e della sua attuazione, senza alcuna responsabilità di gestione.

Invero, l’autonomia finirebbe per essere inevitabilmente minata laddove fossero attribuiti all’Organismo di Vigilanza connotazioni di tipo gestorio.

L’amministrazione e le scelte operative della società non possono essere appannaggio dell’Organismo di Vigilanza e la verifica dell’operato degli amministratori spetta all’assemblea ed agli altri organi societari, entro limiti e procedure stabiliti dalla legge e dallo statuto.

Nell’ambito del sistema 231, la Corte ribadisce come spettino all’Organismo di Vigilanza soltanto compiti di controllo sistemico continuativo sulle regole cautelari predisposte e sul rispetto di esse nell’ambito del modello organizzativo di cui l’ente si è dotato. In ogni caso, per poter affermare la responsabilità dell’ente in relazione a mancanze attribuibili all’Organismo di Vigilanza, è necessario accertare l’efficienza causale delle stesse nella commissione del reato presupposto.

 

30 Giu, 2022

L’esclusione dell’assegno di divorzio

Di |2022-06-30T18:53:23+02:0030 Giugno 2022|Categorie: Senza categoria|

di Raffaella Mazzariello Avvocato 

Con l’Ordinanza n. 18697 del 9.6.2022 la Cassazione è di nuovo stata chiamata a verificare la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno divorzile all’ex coniuge.

Ancora una volta la Corte ribadisce la funzione non solo assistenziale ma perequativa/compensativa dell’assegno.

Infatti, quando ognuno degli ex coniugi sia in grado di mantenersi autonomamente, l’assegno va riconosciuto in favore di quello economicamente più debole in una funzione equilibratrice non più finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale ma volta a consentirgli il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito alla vita familiare, dovendosi tener conto, in particolare, se, per realizzare i bisogni della famiglia, questi, anche in ragione dell’età raggiunta e della durata del matrimonio, abbia rinunciato (alle) o sacrificato le proprie personali aspirazioni e aspettative professionali.

Il riconoscimento, quindi, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri previsti dalla legge i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto come del resto già previsto dalla Cassazione Civile a Sezioni Unite con la sentenza n. 18287/2018.

Nel caso esaminato, pertanto, veniva respinta la richiesta avanzata dall’ex moglie di riconoscimento dell’assegno divorzile in funzione compensativa essendo stata accertata la piena autosufficienza della medesima.

15 Giu, 2022

La pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite sulla natura della comunione de residuo avente ad oggetto l’impresa individuale del coniuge

Di |2022-06-15T16:39:18+02:0015 Giugno 2022|Categorie: Senza categoria|

di Stefania Avitabile – Dottoressa in giurisprudenza

Le Sezioni Unite, con la recentissima pronuncia del 17 maggio 2022 n. 15889, esprimendosi in merito alla natura giuridica della comunione de residuo avente ad oggetto l’impresa del coniuge, hanno affermato il seguente principio di diritto: “Nel caso di impresa riconducibile ad uno solo dei coniugi costituita dopo il matrimonio, e ricadente nella cd. comunione de residuo, al momento dello scioglimento della comunione legale, all’altro coniuge spetta un diritto di credito pari al 50% del valore dell’azienda, quale complesso organizzato, determinato al momento della cessazione del regime patrimoniale legale, ed al netto delle eventuali passività esistenti alla medesima data”

 

La dibattuta questione, rimessa all’attenzione delle Sezioni Unite con l’Ordinanza interlocutoria n. 28872/2021, sorge dall’assenza di un univoco indirizzo giurisprudenziale relativamente alle distinte impostazioni dottrinali in tema di comunione de residuo.

 

È proprio nell’ambito di tale contrasto tra la tesi che attribuisce al coniuge non imprenditore un diritto di credito, da un lato, e la tesi che invece opta per il riconoscimento di un diritto di compartecipazione alla titolarità dei singoli beni individuali, dall’altro, che si innesta con forza innovativa la sentenza in commento.

 

La comunione de residuo tra coniugi

 

Ai fini di una piena comprensione della pronuncia dalle Sezioni Unite, risulta necessario un breve excursus sulla comunione de residuo.

 

Nel nostro ordinamento giuridico, la comunione legale dei beni costituisce il regime patrimoniale dei coniugi, salvo che essi non decidano diversamente (applicabile altresì alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, per effetto dell’art. 1, comma 13, della legge n. 76/2016, ed è accessibile anche ai conviventi di fatto, a determinate condizioni).

La scelta di tale regime corrisponde alla considerazione della famiglia come consortium omnis vitae, nonché alla specifica esigenza di tutela del coniuge economicamente e socialmente più debole. Sebbene la finalità dell’istituto sia quella di garantire l’uguaglianza delle sorti economiche dei coniugi in relazione agli eventi verificatisi dopo il matrimonio, tuttavia, si evidenzia come il legislatore, contemporaneamente, abbia voluto assicurare al singolo coniuge un adeguato spazio di autonomia nell’esercizio delle proprie attività professionali o imprenditoriali, ed in generale nella gestione dei propri redditi da lavoro come pure dei frutti ricavati dai beni personali.

 

Difatti, accanto ai beni che ricadono in comunione immediata e, pertanto, entrano nel patrimonio comune al momento del loro acquisto, e a quelli che nascono come personali e come tali restano anche una volta cessata la comunione legale, sussiste una serie di beni ricadenti nella c.d. comunione de residuo (l’individuazione dei beni oggetto della cd. comunione de residuo viene tratta dagli articoli 177 lett. b) e c) e 178 c.c.).

Questi beni, pur restando personali durante la vigenza del regime patrimoniale legale, vengono attratti dalla disciplina della comunione legale laddove siano effettivamente e concretamente esistenti nel patrimonio dei coniugi al momento dello scioglimento del matrimonio.

 

Le ragioni alla base della decisione delle Sezioni Unite

 

Le Sezioni Unite, nell’argomentare la propria pronuncia, hanno evidenziato coma “la disciplina dei beni personali e quella specificamente dettata per i beni oggetto della cd. comunione de residuo testimoniano l’evidente emersione, pur all’interno di un regime ispirato alla tutela di esigenze solidaristiche tra i coniugi, della necessità di attribuire rilevanza anche a legittime aspirazioni individuali, che non potrebbero essere del tutto mortificate, e ciò in quanto il matrimonio presuppone comunque il riconoscimento della persona e della sua sfera di autonomia come valore primario che gli istituti giuridici sono chiamati ad attuare, soprattutto ove l’attività individuale si rivolga all’esercizio dell’attività di impresa o professionale”.

Da quanto affermato, dunque, emerge chiaramente la volontà del legislatore di garantire al coniuge imprenditore, finché dura la comunione legale, il potere di gestire dell’impresa, investendo a suo piacimento gli utili e disponendo liberamente dei beni e degli utili aziendali.

 

Sulla base di tali premesse, la Corte ha ritenuto che la questione oggetto dell’ordinanza di rimessione devesse essere decisa optando per la tesi della natura creditizia del diritto nascente dalla comunione de residuo, riconoscendo un diritto di compartecipazione sul piano appunto creditizio, pari alla metà dell’ammontare del denaro o dei frutti oggetto di comunione de residuo, ovvero del controvalore dei beni aziendali e degli eventuali incrementi, al netto delle passività.

Questa impostazione, infatti, garantisce la permanenza della disponibilità dei frutti e dei proventi e dell’autonomia gestionale, evitando un pregiudizio per le ragioni dei creditori e consentendo la sopravvivenza dell’impresa, senza che le vicende dei coniugi abbiano una diretta incidenza sulle sorti della stessa.

L’insorgenza di una comunione anche sui beni mobili ed immobili confluiti nell’azienda, al contrario, comporterebbe una serie di problematiche e pregiudizi, quali:

  • lo scoraggiamento dei creditori nel continuare a riporre fiducia nella gestione successiva allo scioglimento della comunione legale. Ciò perché i terzi che hanno intrattenuto rapporti con l’impresa individuale del coniuge, al momento dello scioglimento della comunione legale, vedrebbero dimidiata la garanzia patrimoniale offerta dai beni, in quanto non più di proprietà esclusiva, ma in comproprietà con l’ex coniuge;
  • la contitolarità sui beni oggetto della comunione de residuo imporrebbe, nella loro successiva gestione, il rispetto delle regole dettate per i beni comuni, con il concreto rischio di paralisi nell’esercizio dell’attività di impresa, anche laddove si reputi che la qualità di imprenditore resti sempre in capo al solo coniuge che l’aveva prima dello scioglimento del regime della comunione legale;
  • l’irrazionalità della tesi della natura reale del diritto, che ricollega un incremento dei legami economici fra i due coniugi proprio al verificarsi di vicende che, secondo la stessa previsione legislativa, ne dovrebbero invece comportare la cessazione;
  • il nocumento all’autonomia e della libertà del coniuge imprenditore derivante dall’automatico passaggio dei beni comuni de residuo, dalla titolarità e disponibilità esclusive, al patrimonio in comunione, con il rischio che la conflittualità tra coniugi possa riverberarsi anche nella gestione e nelle scelte che afferiscano ai beni aziendali caduti nella comunione de residuo;
  • i possibili problemi esiziali per la sopravvivenza dell’impresa derivanti dal carattere ordinario della comunione. Difatti, in assenza di una specifica previsione che contempli una prelazione a favore del coniuge già imprenditore, all’esito della divisione, ove il complesso aziendale non risultasse comodamente divisibile, ben potrebbe verificarsi l’attribuzione dello stesso al coniuge non imprenditore, ovvero, in assenza di richieste in tal senso da parte dei condividenti, si potrebbe addivenire alla alienazione a terzi. Ed ancora, in caso di morte del coniuge non imprenditore, verrebbe a configurarsi la creazione della comunione sui beni di cui all’art. 178 c.c. tra il coniuge imprenditore e gli eredi dell’altro coniuge, che ben potrebbero essere anche estranei al nucleo familiare ristretto;
  • l’inconciliabilità della natura reale del diritto con la previsione secondo cui ricadano in comunione anche gli incrementi, che per la loro connotazione, mal si prestano a configurare una comunione in senso reale sui medesimi;
  • l’inesattezza dell’idea, sostenuta da molti fautori della tesi della natura reale del diritto, che la comunione sorga automaticamente non sull’azienda o sugli incrementi, bensì sul saldo attivo del patrimonio aziendale (o dei suoi incrementi); il saldo attivo del patrimonio aziendale è un’entità astratta che non può riferirsi se non al valore monetario del complesso dei beni che costituiscono l’azienda stessa, dedotte le passività, pertanto ne deriva l’impossibilità di una reale contitolarità di diritti sui beni in oggetto, dovendosi invece propendere per la soluzione che attribuisce al coniuge non titolare del diritto reale una (eventuale, una volta effettuati i dovuti calcoli) pretesa di carattere creditorio.
1 Giu, 2022

Sulla revocabilità del pagamento eseguito dal debitore fallito

Di |2022-06-01T17:30:45+02:001 Giugno 2022|Categorie: Senza categoria|

Con la sentenza n. 5049 del 16 febbraio 2022 le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno affermato importanti principi di diritto in tema di revoca ex art. 67 L.F

I fatti di causa

Nell’ambito di un giudizio relativo ad una pluralità di domande revocatorie proposte dal fallimento della s.a.s rivolte nei confronti di un Istituto di credito, venivano accolte alcune di esse da parte della Corte di Appello di Messina e, per quel che interessa, la domanda relativa alla rimessa d’importo pari a Lire 40.000.000 effettuata in favore dell’istituto bancario, nel periodo sospetto L. Fall., ex art. 67, comma 2, dovuta all’incameramento del corrispettivo della vendita di un certificato di deposito costituito in pegno dal debitore fallito.

La Corte d’appello accoglieva la revocatoria e disponeva l’ammissione al chirografo della banca ai sensi di quanto disposto dall’art. 70, comma 2, L.F.

L’istituto di credito proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

La Banca deduceva in particolare il difetto di prova della conoscenza dello stato d’insolvenza da parte della banca, l’omessa valutazione dei mezzi di prova, in relazione alla riconosciuta natura solutoria delle rimesse che, al contrario, avrebbero dovuto essere ritenute di natura ripristinatoria ed, infine, contestava il mancato riconoscimento da parte della Corte di Appello del carattere irrevocabile dell’incameramento della somma derivante dal certificato di deposito determinato da un diritto di pegno oramai consolidato (c.d. pegno rotativo).

Alla luce della particolare rilevanza dei temi da esaminare, la Sesta Sezione della Corte di legittimità ha rinviato il ricorso alla Prima Sezione civile che, a sua volta, ha rimesso le questioni ritenute di massima importanza alle Sezioni Unite con ordinanza n. 8923 del 31 marzo 2021.

I principi di diritto sanciti dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 5049 del 16 febbraio 2022

Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, hanno statuito i seguenti principi di diritto:

  1. il pagamento eseguito dal debitore, successivamente fallito, nel periodo sospetto, così come determinato nell’art. 67, comma 2, L.F., ove si accerti la “scientia decotionis” del creditore, è sempre revocabile anche se effettuato in adempimento di un credito assistito da garanzia reale ed anche se l’importo versato deriva dalla vendita del bene oggetto di pegno.
  2. la revoca ex art. 67 L.F. del pagamento eseguito in favore del creditore pignoratizio, con il ricavato della vendita del bene oggetto del pegno, determina il diritto del creditore che ha subito la revocatoria ad insinuarsi al passivo del fallimento con il medesimo privilegio nel rispetto delle regole distributive di cui agli articoli 111, 111 bis, 111 ter e 111 quater, L.F.
20 Apr, 2022

Le somme in sequestro vanno svincolate per consentire alla società di pagare le imposte

Di |2022-04-20T18:27:22+02:0020 Aprile 2022|Categorie: Senza categoria|

Con una recente sentenza in tema di responsabilità amministrativa degli enti, la Suprema Corte ha stabilito che, pur «nel silenzio del d. lgs. n. 231 del 2001, il dissequestro parziale delle somme in sequestro per pagare il debito tributario debba essere consentito, sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata del principio di proporzionalità della misura cautelare, là dove si renda necessario al fine di evitare, per effetto dell’applicazione del sequestro preventivo e dell’inderogabile incidenza dell’obbligo tributario, la cessazione definitiva dell’esercizio dell’attività dell’ente prima della definizione del processo» (Cassazione, Sezione VI Penale, n. 13936 del 2022).

La questione controversa

In via preliminare, la Corte ha richiamato la nozione di profitto oggetto di confisca come ricostruita dalle Sezioni Unite Fisia Italimpianti S.p.a. (Cassazione, Sezioni Unite Penali, n. 26654 del 2008). Per giurisprudenza ormai consolidata, in tema di responsabilità da reato degli enti collettivi, il profitto del reato, oggetto della confisca di cui all’art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001, si identifica con il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato presupposto, ma, nel caso in cui questo venga consumato nell’ambito di un rapporto sinallagmatico, non può essere considerato tale anche l’utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell’esecuzione da parte dell’ente delle prestazioni che il contratto gli impone.

Pertanto, stando a tale nozione, dal profitto frutto dell’illecito va decurtata l’utilità conseguita dalla controparte, ma non va sottratto l’onere delle imposte che l’ente dovrebbe pagare sui redditi lucrati dalla commissione del reato presupposto.

Senonché, il prelievo fiscale su un ammontare già sottoposto a sequestro ai fini di confisca comporterebbe una duplicazione sanzionatoria a danno della società che potrebbe comprometterne incontrovertibilmente la continuità aziendale. Si tradurrebbe, in altri termini, in una forma di interdizione definitiva dell’attività precedente all’accertamento della responsabilità dell’ente e indipendente dallo stesso.

Si aggiunga, inoltre, che, con riguardo alle persone fisiche, si prevede espressamente che il quantum della confisca del profitto dei reati tributari si riduca per effetto del pagamento del debito tributario.

La soluzione accolta

Sulla scorta di tali considerazione, la Corte ha ritenuto «che, in attuazione del principio di proporzionalità della misura cautelare, il giudice possa autorizzare il dissequestro parziale delle somme sottoposte a sequestro preventivo finalizzato alla confisca per consentire all’ente di pagare le imposte dovute sulle medesime quale profitto di attività illecite, quando l’entità del vincolo reale disposto, pur legittimamente determinato in misura corrispondente al prezzo o al profitto del reato rischi di determinare, anche in ragione dell’incidenza dell’obbligo tributario, già prima della definizione del processo, la cessazione definitiva dell’esercizio dell’attività dell’ente.

In tali specifici casi lo svincolo parziale delle somme sequestrate deve ritenersi ammesso alla stringente condizione della dimostrazione di un sequestro finalizzato alla confisca che, nella sua concreta dimensione afflittiva, metta in pericolo la operatività corrente e, dunque, la sussistenza stessa del soggetto economico e al solo limitato fine di pagare il debito tributario, con vincolo espresso di destinazione e pagamento in forme “controllate”».

 

29 Mar, 2022

La tutela penale del patrimonio culturale

Di |2022-03-29T10:26:56+02:0029 Marzo 2022|Categorie: Diritto penale, News, News, News, News, News, News, News, News, News, News|Tag: , |

E’ entrata in vigore il 23 marzo 2022 la legge 9 marzo 2022 n. 22, recante “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22 marzo 2022.

Con l’adozione di detta legge il legislatore ha inteso rafforzare, tramite strumenti di diritto penale, la tutela del patrimonio culturale quale bene di rango costituzionale. Invero, l’art. 9 della Carta Costituzionale sancisce che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura nonché tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“.

Le modifiche al codice penale

La riforma ha  comportato l’introduzione, all’interno del libro II del codice penale, del titolo VIII-bis, rubricato “Dei delitti contro il patrimonio culturale”, composto degli articoli da art. 518-bis a art. 518-undevicies.

In particolare, sono stati individuati i seguenti illeciti penali:

  • furto di beni culturali;
  • ricettazione di beni culturali;
  • impiego di beni culturali provenienti da delitto;
  • riciclaggio di beni culturali;
  • autoriciclaggio di beni culturali;
  • falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali;
  • violazioni in materia di alienazione di beni culturali;
  • uscita o esportazione illecite di beni culturali;
  • distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici;
  • devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici.

Le fattispecie di reato già previste dal codice dei beni culturali (d.lgs. 42/2004) sono state ricollocate all’interno del codice penale e per le stesse è stato stabilito un innalzamento delle pene edittali, al fine di assicurare ai beni di valore storico e artistico una tutela maggiore rispetto a quella offerta alla proprietà privata.

Con due ulteriori articoli, poi, sono state disciplinate speciali circostanze aggravanti e attenuanti.

In dettaglio, la pena è aumentata da un terzo alla metà quando un reato a tutela del patrimonio culturale:

  1. cagiona un danno di rilevante gravità;
  2. è commesso nell’esercizio di un’attività professionale, commerciale, bancaria o finanziaria;
  3. è posto in essere da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, preposto alla conservazione o alla tutela di beni culturali mobili o immobili;
  4. è realizzato nell’ambito dell’associazione per delinquere di cui all’articolo 416.

Di contro, la pena è diminuita di un terzo quando uno dei menzionati reati cagioni un danno di speciale tenuità ovvero comporti un lucro di speciale tenuità quando anche l’evento dannoso o pericoloso sia di speciale tenuità.

Ancora, la pena è diminuita da un terzo a due terzi nei confronti di chi abbia consentito l’individuazione dei correi o abbia fatto assicurare le prove del reato o si sia efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa fosse portata a conseguenze ulteriori o abbia recuperato o fatto recuperare i beni culturali oggetto del delitto.

Inoltre, il legislatore ha modificato l’articolo 240-bis c.p. inserendo taluni reati a tutela del patrimonio tra i delitti in relazione ai quali è consentita la c.d. confisca allargata, ossia la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità delle quali il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona, per un valore corrispondente al profitto o al prodotto del reato.

I nuovi reati presupposto della responsabilità degli enti

Da ultimo, la legge di riforma è intervenuta anche sul d.lgs. 231/2001, recante la “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche” derivante da reato, inserendo due nuovi articoli:

  • l’art. 25-septiesdecies, rubricato “delitti contro il patrimonio culturale”;
  • l’art. 25-duodevicies, rubricato “riciclaggio di beni culturali e devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici”.

Ha così ampliato il catalogo dei reati per i quali è prevista la responsabilità amministrativa delle società. Nello specifico, assumono rilievo ex d.lgs. 231/2001, se commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente, i seguenti reati:

  • violazioni in  materia  di  alienazione  di  beni culturali (art. 518-novies c.p.);
  • appropriazione indebita di beni culturali (art. 518-ter c.p.);
  • importazione illecita di beni culturali (art. 518-decies c.p.);
  • uscita o esportazione illecite di beni culturali (art. 518-undecies c.p.);
  • riciclaggio di beni culturali (art. 518-sexies c.p.);
  • distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali e paesaggistici (art. 518-duodecies c.p.);
  • contraffazione di opere d’arte (art. 518-quaterdecies c.p.);
  • furto di beni culturali (art. 518-bis c.p.);
  • ricettazione di beni culturali (art. 518-quater c.p.);
  • falsificazione in scrittura privata relativa a beni culturali (art. 518-octies c.p.);
  • riciclaggio di beni culturali (art. 518-sexies c.p.);
  • devastazione e saccheggio di beni culturali e paesaggistici (art. 518-terdecies c.p.).

Alla luce delle novità legislative, pertanto, potrebbe risultare necessario apportare modifiche al modello organizzativo eventualmente adottato dalle società ai sensi del d.lgs. 231/2001.

11 Mar, 2022

Diritto al riconoscimento dell’assegno anche dopo il divorzio.

Di |2022-03-11T10:09:40+01:0011 Marzo 2022|Categorie: Senza categoria|

Successivamente alla pronuncia di divorzio, intercorsa tra i coniugi, colui che in seguito subisce un peggioramento delle proprie condizioni economiche può richiedere che gli venga riconosciuto il diritto all’assegno di mantenimento, anche se in precedenza non lo aveva richiesto e – di conseguenza – non è stato previsto dalla rispettiva pronuncia giudiziale.

L’ordinanza del 24 febbraio n. 5055/2021 della Suprema Corte di Cassazione

Questo principio, è stato affermato dalla Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza del 24 febbraio n. 5055/2021, che ha riconosciuto la suddetta possibilità attraverso l’instaurazione di un procedimento di modifica delle condizioni di divorzio, allorquando l’ex coniuge richiedente abbia subito un peggioramento della propria condizione economica, susseguente la pronuncia stessa di divorzio, tale da non consentirgli di provvedere al proprio mantenimento.

Siffatta richiesta, nonché il suo possibile accoglimento, poggia sull’accertamento circa l’inadeguatezza dei mezzi di sostentamento del richiedente, nonché sulla sua oggettiva impossibilità nel procurarseli, scaturenti da circostanze sopravvenute e non sussistenti al momento del giudizio di separazione.

Tale valutazione, deve essere svolta avendo ben presente quella che è la funzione dell’assegno di mantenimento, quale preminentemente assistenziale, nonché compensativa e perequativa.

Infatti, ai fini della valutazione circa la sussistenza del diritto all’assegno di mantenimento, si guarda al contributo concretamente fornito dal richiedente in ambito familiare, anche in merito alla formazione del patrimonio comune e a quello del singolo ex coniuge, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto.

Tanto, al fine di verificare quelli che son stati anche i sacrifici sostenuti, dal richiedente, in costanza di matrimonio in favore della realizzazione della famiglia stessa, o dell’altro coniuge, a discapito della propria, talvolta sacrificando le proprie aspettative e crescite professionali.

Un ulteriore sguardo, oltretutto, viene anche rivolto alla funzione sociale a cui l’assegno di divorzio deve necessariamente assolvere, poiché interviene affinché supplisca ai carenti strumenti economici di cui l’ex coniuge dispone e che non gli permettono di condurre una vita sufficientemente dignitosa.

Le condizioni per il riconoscimento dell’assegno di divorzio successivamente alla pronuncia giudiziale

Dunque, affinché si possa riconoscere l’assegno di divorzio successivamente alla pronuncia giudiziale, si guarda alla sussistenza delle seguenti condizioni, in maniera progressiva:

pregresso ruolo endofamiliare del coniuge richiedente

situazione di effettiva e concreta non autosufficienza economica

mancanza di strumenti alternativi di tutela, relativi all’assenza di soggetti legalmente tenuti a ciò o mancanza di forme di sostegno pubblico.

l’ex coniuge, a cui si rivolge la richiesta, sia economicamente in grado di provvedere all’esborso richiesto ed abbia ricevuto, in passato, apporti significativi da parte del richiedente.

Infine, come da recente pronuncia della Cassazione, ordinanza n. 1984 del 2022, il Giudice, in sede di giudizio di revisione, deve verificare quelle che son state le circostanze sopravvenute che oggettivamente hanno condotto ad un’alterazione, in peius, delle condizioni economiche del richiedente, alterandone il precedente equilibrio.

Siffatta valutazione, oltretutto, è la medesima richiesta in sede di revisione del quantum dell’assegno di divorzio anche laddove richiesto e riconosciuto nell’ambito stesso del giudizio divorzile.

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